domenica, 24 febbraio 2008
L’ospizio non è mica un posto per pazzi. Il posto per i pazzi sono le strade con le righe bianche disegnate per terra e le lucine colorate che dicono cosa fare, triangoli per lasciapassare e direzioni obbligate, i pazzi che guidano i pazzi per strada sono simboli inventati da pazzi tanto folli da poter partorire l’idea che un uomo potesse essere un simbolo e a sua volta da un simbolo a lui differente esser guidato. Se le aree del cervello fossero come cerchi concentrici ci sarebbero linee nette che come frecce li attraversano tutti e li spezzano, nessun modo per rimetterli insieme, i cerchi concentrici, una volta spezzati, perdono la loro fittizia perfezione ordinata. Se le note fossero acqua spremuta di sentimenti avrei davvero la testa annacquata e avrei in bocca il sapore salato di lacrime non piante. Una sagoma sarebbe tratteggiata, a forza scolorita, toglierei gli occhiali e l’annegherei nella miopia, lasciarsi sempre è lasciarsi mai o forse esiste davvero un’ultima volta. Dopotutto c’è quel modo di dire “c’è sempre una prima volta”, ci sarà quindi sempre anche l’ultima, ma la sicurezza di che volta sia come può averla una sagoma? La sagoma dal mio lato è sbiadita, ma ha un lato sonoro e armonioso e brillante di luce adorabile, questo lo so. Il mio è solo un punto di vista, io sono solo il punto di vista da cui avrei voluto vedere le cose, guardo il percorso da fuori e vedo che poi non è così come l’avevo immaginato, il percorso è pieno di deviazioni, soste, forse è parallelo. Che magia ci vuole per chiudere il vaso di pandora senza permettere alla speranza di restarci dentro? Perché anche se la voglio sul mio polso sinistro…
mi sto contraddicendo e già tornando ai cerchi, spezzati, il mio cerchio si spezza sulla speranza e ricomincia sul desiderio di luce.