giovedì, 21 febbraio 2008
Ho troppi verbi al passato in testa per essere sicura che sia davvero quello che era. Torno, dopo tre giorni e mi sento a casa, ma una casa che brucia, che mi logora, che mi fagocita, mi rovina, rovina il mio sorriso, mi capovolge il cuore, mi confonde la mente, mi inciampa i passi. Fosse davvero solo questione di autostima, devo trovare un modo di aggiustarmi la testa o non farò alcun passo, né avanti né indietro, eppure non sono immobile, no, corro avanti e indietro, alla cieca, sempre negli stessi cinque passi che circolarmente ritornano su sé stessi. Il problema torna sempre quello, non è nello studio, nei libri, nella paura, è nell’approccio. Pensiero punitivo che si aggiunge all’inadeguatezza, vorrei la mia inquietudine senza il negativo, vorrei avere qualcosa da dare, da dire, il coraggio di fallire e quello di vincere. E se qualcuno vede qualcosa di buono in me vorrei crederci, ma non posso. Finchè il benedetto interruttore non scatterà, resterò sempre con l’unica certezza della mia mediocrità. Vorrei sapermi perdonare, vorrei vedere la svolta, non aggiungere strada tra me e la fine del sentiero, rendendo il mio percorso un inutile inseguimento di irraggiungibili infiniti. Posso salvarmi solo io e sono pressoché l’unica qui che ha tutta l’aria di non averne nessuna voglia.
Nel complesso comunque bene, davvero, niente ironia.