martedì, 17 giugno 2008
Giarnrico Carofiglio a volte non sa scrivere, però dice :
"Fuori era il mese di febbraio e faceva molto freddo. Dentro la macchina no. Dentro la macchina sembrava di essere al riparo da tutto."
e tante altre cose che voi non potete sapere.
domenica, 25 maggio 2008
non è mica da questi particolari
che si giudica un giocatore
un giocatore lo vedi dal coraggio
dall'altruismo e dalla fantasia
e chissà quanti ne hai visti e quanti
ne vedrai di giocatori tristi
che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche
tipo di muro
Non so, direi quasi che si siano portati via l’odore di maggio, ma mi vien da pensare “loro chi?”, e poi “no, siamo noi”. C’è stato un punto della notte, ieri, in cui era tardi come è tardi d’estate e l’aria era leggera, sottile e maledetto, il gelsomino si annidava tra i capelli e metteva addosso stupidi sorrisi irrefrenabili. Pacchetti accartocciati da cui si spargono solite sigarette, sigarette accese che danno l’illusione di un profumo antico, sigarette gettate più lontano di quanto ho mai saputo fare.
giovedì, 01 maggio 2008
Una camminata un po’ scivolosa sulla pioggia, camminata da liceale cresciuto, per niente sconfitto, con ancora felpa e cappuccio, mani in tasca,testa tra le nuvole, i piedi sembrano andare avanti come spinti da una propria forza interna, troppo avanti, sembrano andare talmente avanti rispetto al busto che si ha l’impressione che prima o poi cadrà, che quei piedi abbiano una vita propria e che non staranno a lungo posati sulla terra, come la testa un po’ tra le nuvole che si ritrova, e il sorriso sereno dietro gli occhiali dalla montatura spessa.
mercoledì, 16 aprile 2008
Carlo Levi, Paura della libertà.
Un saggio (scritto nel 1939 e pubblicato da Einaudi solo nel 1964) sulla ricerca del perchè del distacco degli intellettuali borghesi dalle masse, la colpa di essersi lasciati in pratica sostituire dal fascismo, la paura della passione e della responsabilità che porta ad adorare quanti ce ne privino e ce ne liberino, il bisogno di un ordine esteriore da assumere a riprova della inesistente moralità.
"La crisi del mondo moderno, che dura da decenni, ed ha i suoi inizi in tempi ormai assai remoti, è giunta al suo punto estremo e tragico, a quello che non conosce altra soluzione che la rinascita, o la morte; per ogni stato, per ogni istituto, per ogni uomo.
La crisi è di tutte le attività umane: della politica come della morale, dell’arte come dell’economia, della tecnica come della religione; poiché essa è crisi totale dell’uomo. Ogni atto che non si rivolga all’uomo intero è destinato a inasprirla, e a fallire.
Crisi è la perdita di senso dell’unità dell’uomo. All’individuo astratto si contrappone la società astratta; al soggetto vuoto, l’oggetto indeterminato; alla cieca conservazione, il cieco sovversivismo; al privilegio di una falsa libertà, l’atroce tirannide dello Stato di massa. Liberalismo e socialismo, che valgono solo come aspetti distinti di una stessa realtà, sono posti come esigenze opposte, e perciò hanno perso ogni significato. Fra l’uomo e la massa, fra l’individuo e lo Stato, è rotta ogni possibilità di rapporto.
I tentativi di risolvere la crisi dall’esterno sono disperati e rovinosi. Non vi è conciliazione possibile finchè la scissione è nel cuore dell’uomo."
giovedì, 10 aprile 2008
No, oggi no, mi son finiti i sorrisi, sono solo stanca, ho l’umidità nelle ossa, anche un po’ nel cuore forse, un cuore un po’ da strizzare. Sicuramente. Non so sopravvivere le giornate cupe, non so proprio, non posso, mi offendono, mi privano. Oggi è una di quelle giornate in cui le mezze vie di mezzo perfette ieri diventano insopportabili. Maledette vie di mezzo, oggi vi odio. Oggi o tutto o niente. Tutto possibilmente, tutto di tutto, grazie. Prego, non c’è di che. Qualsiasi cosa parli, faccia rumore, tenti di interagire con me è un sobbalzo di brividi di astio. E non mi va quello che vedo lì dentro, c’è un personaggio fatto di frasi, di atteggiamenti, vedo tutte le armature, ma non penso di poter sciogliere quelle degli altri senza spogliarmi della mia, per questo tengo ogni cosa al suo posto. Quindi piano piano scemiamo e non siamo mai esistiti e non valiamo niente, non ricordiamo niente, perdiamo brividi e sospiri, ci addormentiamo sul fianco opposto senza accorgercene, ci si spengono gli occhi, si raffreddano le mani, i profumi diventano bagnoschiuma e le persone non sono più nell’aria, ma solo corpi con due piedi per terra e una testa sulle spalle?
Balle, un barile pieno di balle, non ci credo, anche se a volte non ti vedo.
Si può sempre parlare del tempo.
Oggi ha piovuto.
Sì, c’ero anch’io.
Non ti sfugge nulla.
È tutto sotto controllo, va tutto bene, non è questo il punto, è solo che non posso fare il passo successivo, non voglio nemmeno farlo e sarebbe invece così naturale.
Domani vorrei avere una finestra aperta da cui stupirmi del sole caldo, invece pioverà, sarà per un altro giorno.
lunedì, 07 aprile 2008
il tempo si raggomitola su sè stesso, come me, non ha nulla di proprio oltre alle istanze, null'altro da spargere nello spazio se non inutili e impalpabili astratti pensieri. si assottiglia la linea di confine tra il pensare e lo stato d'essere, l'umore è tutt'uno con un sorriso, la luce si trasforma in energia e l'energia scema nella fatica, il corpo rigenera nel sonno e la mente nel sogno. il sole scalda le spalle che un tempo reggevano capelli pesanti di ombre, giorni scarni e tutti uguali arriveranno più in fretta di quanto ci si possa immaginare. non che questo significhi che è tutto inutile. anzi, la prospettiva di un dolore annunciato forse rende meravigliosamente dolci i giorni che lo precedono, come gli ultimi giorni di un condannato a morte, anche se non sarà una vera condanna a morte. credo solo in ciò che vedo e nelle parole e vedo fiori ed erba nuova e luci e colori e foglie appena nate di un gelsomino che con l'estate fiorirà. sulle parole dobbiamo ancora lavorarci un po'.
domenica, 23 marzo 2008
Partendo dal presupposto che non esistono presupposti validi come giustificazioni delle parole insensate che comunque voglio tirare fuori per forza anche se mi perderò tutte le virgole e i punti alla fine a me che interessa, questa cosa scritta, queste lettere in fila, non sono mica scritte per questioni comunicative, niente comunicazioni, pausa della comunicazione, comunicazioni interrotte, silenzio radio. Pausa, il mondo esterno manda segnali, rispondo e torno.
Ognuno ha le espressioni che si merita, dico parole, non espressioni facciali, del viso, degli occhi. Verde verde verde, prato, camicia, righe. Non so, cioè, non so non è vero, io so benissimo, solo che non ve lo posso dire, mi spiace, qui il flusso di coscienza si blocca, ma insomma, non posso essere sempre un libro aperto. E dire che non lo sono quasi mai. Solo in determinate, rarissime ormai, situazioni le parole mi scappano e mi perdonerai spero. Che poi più che altro fanno male a me, rimbalzano o fanno pluff nel vuoto, la maggior parte delle volte. Togliersi quello sguardo dagli occhi, dico, ma le persone non ci pensano su due volte prima di avere occhi diversi da quello che dicono? probabilmente sì. Io riesco solo ad avere una voce diversa, magari, toni, provo a mordere il labbro e a tirare testate contro il muro, così magari li chiudo, gli occhi, una buona volta.
Buffo, davvero buffo, i baci perugina mi pigliano per il culo, parlano di ragione amore e speranza. Ogni creatura sulla terra quando muore è sola, pure prima, se se la sceglie la solitudine, che si può essere soli sempre, anche con il mondo attorno, è una forma mentis forse, più che uno stato. Cambio pelle, da domani, ho già iniziato, in verità, si sa, è primavera. So che lo sto ripetendo troppe volte per esserne convinta davvero, ma, giuro, è primavera. e io mi preparo. Io sono l’estate, sono luglio, sono il caldo torrido che brucia la pelle. E’ che il sole mi mette addosso una voglia di vivere che nemmeno a cercarla nel verde. Basta con questa ossessione del verde. Basta, davvero. Sentite un po’, ve ne sarete accorti anche voi (chissà perché oggi mi rivolgo a un voi immaginario), io a dire basta non sono capace, non mi posso snaturare, non posso andare contro quello che sono, quindi, macchina a tracolla, piedi in terra e camminare, da sola, perché insieme no, perché il sorriso vero c’è solo nei sogni.
domenica, 24 febbraio 2008
L’ospizio non è mica un posto per pazzi. Il posto per i pazzi sono le strade con le righe bianche disegnate per terra e le lucine colorate che dicono cosa fare, triangoli per lasciapassare e direzioni obbligate, i pazzi che guidano i pazzi per strada sono simboli inventati da pazzi tanto folli da poter partorire l’idea che un uomo potesse essere un simbolo e a sua volta da un simbolo a lui differente esser guidato. Se le aree del cervello fossero come cerchi concentrici ci sarebbero linee nette che come frecce li attraversano tutti e li spezzano, nessun modo per rimetterli insieme, i cerchi concentrici, una volta spezzati, perdono la loro fittizia perfezione ordinata. Se le note fossero acqua spremuta di sentimenti avrei davvero la testa annacquata e avrei in bocca il sapore salato di lacrime non piante. Una sagoma sarebbe tratteggiata, a forza scolorita, toglierei gli occhiali e l’annegherei nella miopia, lasciarsi sempre è lasciarsi mai o forse esiste davvero un’ultima volta. Dopotutto c’è quel modo di dire “c’è sempre una prima volta”, ci sarà quindi sempre anche l’ultima, ma la sicurezza di che volta sia come può averla una sagoma? La sagoma dal mio lato è sbiadita, ma ha un lato sonoro e armonioso e brillante di luce adorabile, questo lo so. Il mio è solo un punto di vista, io sono solo il punto di vista da cui avrei voluto vedere le cose, guardo il percorso da fuori e vedo che poi non è così come l’avevo immaginato, il percorso è pieno di deviazioni, soste, forse è parallelo. Che magia ci vuole per chiudere il vaso di pandora senza permettere alla speranza di restarci dentro? Perché anche se la voglio sul mio polso sinistro…
mi sto contraddicendo e già tornando ai cerchi, spezzati, il mio cerchio si spezza sulla speranza e ricomincia sul desiderio di luce.
giovedì, 21 febbraio 2008
Ho troppi verbi al passato in testa per essere sicura che sia davvero quello che era. Torno, dopo tre giorni e mi sento a casa, ma una casa che brucia, che mi logora, che mi fagocita, mi rovina, rovina il mio sorriso, mi capovolge il cuore, mi confonde la mente, mi inciampa i passi. Fosse davvero solo questione di autostima, devo trovare un modo di aggiustarmi la testa o non farò alcun passo, né avanti né indietro, eppure non sono immobile, no, corro avanti e indietro, alla cieca, sempre negli stessi cinque passi che circolarmente ritornano su sé stessi. Il problema torna sempre quello, non è nello studio, nei libri, nella paura, è nell’approccio. Pensiero punitivo che si aggiunge all’inadeguatezza, vorrei la mia inquietudine senza il negativo, vorrei avere qualcosa da dare, da dire, il coraggio di fallire e quello di vincere. E se qualcuno vede qualcosa di buono in me vorrei crederci, ma non posso. Finchè il benedetto interruttore non scatterà, resterò sempre con l’unica certezza della mia mediocrità. Vorrei sapermi perdonare, vorrei vedere la svolta, non aggiungere strada tra me e la fine del sentiero, rendendo il mio percorso un inutile inseguimento di irraggiungibili infiniti. Posso salvarmi solo io e sono pressoché l’unica qui che ha tutta l’aria di non averne nessuna voglia.
Nel complesso comunque bene, davvero, niente ironia.
venerdì, 08 febbraio 2008
Holly: Credi che io ti appartenga?
Paul: Esattamente, proprio cosi.
Holly: Lo so, lo credono sempre tutti, ma il guaio è che tutti si sbagliano.